Nobile dimora settecentesca nel cuore di Osimo: la storia di una famiglia, di un architetto e di un palazzo che dà forma alla piazza.
La storia di Palazzo Gallo affonda le radici nella famiglia che gli dà il nome. I Gallo, originari di Carpi e per tradizione armaioli e aromatari, si stabiliscono a Osimo nel XV secolo con Battistino di Piero Gallo, entrando ben presto a far parte della nobiltà cittadina.
Il capostipite del prestigio della casata è il cardinale Antonio Maria Gallo (1553–1620), che alla fine del XVI secolo fa costruire un prestigioso palazzo di città. Alla sua morte, nel 1620, la famiglia — che viveva tra la residenza di Montegallo e la dimora cittadina — si divide, e un ramo acquista alcuni edifici in prossimità di quella che sarebbe poi diventata piazza Dante.

Tra il 1740 e il 1762 Adriano Gallo acquista gli immobili vicini con l’intento di realizzare un palazzo nuovo e unitario, inglobando anche il vicolo che separava la piazza dalla retrostante piazza Santa Lucia. Il progetto di ristrutturazione porta la firma dell’architetto Romualdo Nelli (1768–1809): nell’archivio di famiglia si conservano disegni datati tra il 1782 e il 1789. Uno di essi, del 1782, s’intitola «Portone per l’Ill.mo sig. Conte Andreano Gallo» e raffigura l’ingresso con le due colonne libere in pietra tuttora esistenti. I lavori si concludono intorno al 1792.

« Fraudis venena nescit »
“Non conosce i veleni della frode”. È il motto della famiglia Gallo, raccolto nel cartiglio dello stemma e ripreso a mosaico nel palazzo. Un’immagine efficace per una casata di antichi aromatari, esperti di rimedi e sostanze: signori dei «veleni», eppure estranei a quello, ben più insidioso, dell’inganno.
Nel 1801 Cesare Gallo (1776–1851) sposa Enrichetta Simonetti, figlia del principe Raniero Simonetti. Ad ammodernamento concluso, la coppia va ad abitare nell’elegante appartamento del primo piano, nella parte destra del palazzo, con le stanze in enfilade affacciate su piazza Dante e su via Matteotti. Le volte, riccamente decorate, custodiscono un dipinto attribuito forse al pittore Melchiorre Jeli, raffigurante Galatea e il pastore Aci.

Il nuovo palazzo si sviluppa su tre livelli e occupa un intero isolato, con le due facciate principali su via Matteotti (a sud) e su piazza Dante (a ovest). Le aperture sono incorniciate da spesse modanature in intonaco; l’ingresso è enfatizzato dall’ordine dorico, con due colonne libere e le lesene retrostanti, sormontate dal balcone. Sul fronte principale, Nelli affronta il dialogo con il vicino palazzo Campana — modificato e ampliato da Andrea Vici tra il 1788 e il 1792 — creando con esso una scenografia urbana armoniosa, quasi teatrale. La differenza sta nei materiali: dove Vici usa la pietra, Nelli plasma le stesse forme con l’intonaco.
Nell’atrio d’ingresso, in corrispondenza del secondo arco a sinistra, si apre l’accesso allo scalone. Sulla parete di fondo, sotto lo stemma gentilizio, sono murate due lapidi: la maggiore è la lastra sepolcrale del cardinale Antonio Maria Gallo, la minore ne ricorda la traslazione da Roma (Santa Maria in Aracoeli) a Osimo, avvenuta nel 1887. In fondo, entro un’edicola con volta a conchiglia, si erge una statua in gesso dipinta di Minerva, dea romana simbolo di lealtà e saggezza.
Il corpo scala è monumentale, illuminato da ampi finestroni. Di impostazione neoclassica, è riccamente decorato a stucco, con fasce geometriche e motivi a stella che circondano gli elementi floreali a foglia d’acanto, e con lo stemma di famiglia posto al centro della volta. Nel progettare il sistema vestibolo-scalone, Nelli fonde elementi tardo-barocchi con un rigore geometrico di sapore neoclassico che richiama la lezione di Vanvitelli e l’influenza del suo allievo Andrea Vici, autore a Osimo di palazzo Campana, palazzo Bellini, del Conservatorio delle Pupille e della villa Montegallo dei Gallo (1784–1787).

Testo a cura dell’archivio storico di Palazzo Gallo. Sintesi a fini divulgativi.
Sotto Palazzo Gallo e la vicina piazza Dante si apre una parte della celebre città sotterranea di Osimo.
Il sottosuolo di Osimo è attraversato da una fitta rete di cunicoli e ambienti scavati nell’arenaria — una pietra tenera, compatta ma facile da lavorare — distribuiti su più livelli e collegati da pozzi verticali percorribili grazie alle «pedarole», piccoli incavi ricavati per i piedi. Il labirinto mette in comunicazione diversi palazzi del centro, tra cui Palazzo Gallo, Palazzo Campana, Palazzo Simonetti e Palazzo Riccioni.
Le gallerie sotto piazza Dante, dove si affacciano Palazzo Gallo e Palazzo Campana, sono tra le più enigmatiche. Pareti e volte sono ricoperte di bassorilievi dall’interpretazione ancora controversa: figure allegoriche in cui si sono voluti riconoscere la Bellezza, la Morte e la Frode, accanto a divinità come Mercurio, Venere e Bacco. Non a caso compare proprio la Frode — un’eco curiosa del motto di famiglia, «Fraudis venena nescit».
L’origine di questi ambienti resta avvolta nel mistero: nessun documento ne racconta la nascita, ma i simboli incisi nella pietra fanno pensare a una storia millenaria, forse di epoca romana o picena, poi ampliata nel Medioevo tra leggende templari ed esoteriche. Un mondo silenzioso e senza tempo, che custodisce l’anima più segreta della città.